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Pensieri. Parole. Opere. Omissioni.

Francesco racconta...
Write for your life!
12月4日

Trasloco

Per chi per caso passasse di qui,
 voglio segnalare la mia nuova casa:

Life snippets - pezzetti di vita
http://francescogro.blogspot.com/

Un blog con lo stesso stile finora usato
ma in inglese.
10月30日

Ingegneria Matematica

L'ingegnere matematico


Quadrato o con i piedi per terra? Approssimativo o sintetico? Presuntuoso o abilitato a risolvere i problemi più disparati?

Dipende, manco a dirlo: se i vostri occhi sono quelli occhialuti (a montatura rigorosamente rettangolare) dell'Ingegnere, o quelli del resto del mondo. Proveremo dunque a scavare un po' sotto certi luoghi comuni. Innanzitutto, chi è l'ingegnere?

È quello che, visto che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, guida l'imbarcazione a destinazione. Un capitano di marina, ecco cos'è. Più o meno capace, con un naviglio più o meno affidabile; comunque responsabile della messa in pratica di ciò che potenzialmente racconta la Teoria, stupenda novella che abita lidi lontani dalla vita reale. È colui che si occupa di elevare la teoria alla pratica, un po' come colui che oltre ad aver letto trecenteschi sonetti d'amore, si sposa. L'amore puro e dolce s'incarna nella vita quotidiana, mischiandosi con piccoli litigi, compromessi e rinunce, inevitabili perché il legame sia vero. Nota bene: non è certo l'unico che si sposi; e tuttavia è tra i pochi che faccia dei suoi anni universitari la preparazione ad un matrimonio: con la realtà. E questa preparazione si materializza nella matura consuetudine con i numeri, agili etichette per conoscere le cose; nella vocazione al risolvere i problemi, sana pratica che costringe a scegliere; nella creativa necessità di modellizzare la realtà, semplificandola per poterla afferrare senza rimanerne soverchiati.

Nella variegata ed espandentesi famiglia delle ingegnerie, quella matematica rappresenta forse l'ultima nata: figlia di questo tempo - madre di una nuova mentalità. S'è capito – e ammesso – che l'ingegner non è più il tennico, non più quel duro e serio e ridicolmente sicuro tecnomane che gira col regolo calcolatore nel taschino, quell'uomo che sa i numeri e che permette alla società di funzionare. Con la specializzazione delle conoscenze, l'ingegnere ha riscoperto l'etimologia: e ha capito che il suo punto di forza, ben più durevole delle effimere trovate tecnologiche, è proprio l'ingegno.

Ingegno come abilità nell'usare la competenza scientifica, ma anche ingegno come capacità di sapientemente sapersi arrabattare, creativamente cercando la Soluzione.

Dunque l'ingmat ha variegate conoscenze ingegneristiche, che vanno dalla Scienza delle Costruzioni all'Elettrotecnica, dalla Fisica Tecnica alla Meccanica dei Fluidi: ingredienti per imparare ad avere il polso della realtà, il senso fisico delle cose; e profonde conoscenze modellistico-matematiche, dalla Statistica alla descrizione della realtà per mezzo di equazioni e al Calcolo Numerico: chicche che preparano il laureato ad affrontare problemi che solo da pochi anni, grazie ai computer, sono risolubili, e che nello stesso tempo, con la loro multiforme varietà, rendono agili, flessibili, aperti al nuovo.

D'accordo, l'ingegnere matematico non costruisce ponti; e nemmeno dimostrerà nuovi teoremi. Ma questi sono solo gli estremi, e nell'iridescente spettro di mezzo lui ci sguazza, arrabattandosi come pochi: risolvendo problemi di ottimizzazione o simulando al computer fenomeni fisici, scrivendo algoritmi risolutivi o impiegandosi nei campi della matematica finanziaria.

Ovunque ci sia un problema da risolvere con un poco di matematica, là l'ingegner matematico fiorisce.


Francesco Grossi
IngMat - Politecnico di Milano


10月23日

Nostra sorella fiducia

Tuffo fiducioso nell'acqua
impenetrabile d'un oasi nel Neghev


È mattina presto: tra le persiane filtra solo la grigia alba nuvolosa di un mattino d'autunno. E sai che fuori dai risicati confini dalle tue lenzuola, pronto t'aspetta il freddo: dispettoso s'insinuerà sotto il pigiama per svegliarti.

Perché alzarsi? “Il dovere chiama”. Sì, ma da quando il semplice dovere ha mosso qualcosa? Che ha il dovere di tanto ineluttabile? Da solo, poveretto, non ha futuro: se pensassimo che qualcosa che dovremmo fare fosse completamente e assolutamente sbagliata o fallimentare, la faremmo ancora? O non è forse qualcos'altro che ci aiuta, ci spinge ad assolvere i nostri doveri?

L'amore? Anche, ma forse è già un passo più avanti: se pensassimo che qualcosa fosse dannoso per chi amiamo, la faremmo? Cerchiamo più in profondità, e potremmo trovare...

...la Fiducia. Non è forse lei che ci sussurra ammiccante che il sacrificio potrebbe dare dei risultati? Che la giornata sarà degna di essere vissuta? Che anche ciò che sembra impossibile potrebbe funzionare?

È strana, la fiducia: si nutre di incerti condizionali, di fumosi futuri, di improbabili schiarite. Cresce con poco e non muore mai. Ogni tanto viene colta in pieno viso da un rovescio della fortuna, o da un tradimento; accusa il colpo, si ferma un po' e poi riparte, inarrestabile. Ineluttabile. Niente da fare, la fiducia l'abbiamo dentro di noi, scrollarcela di dosso non possiamo, finché vogliamo vivere.

Di solito la dimentichiamo, però. Occorre un'accortezza non da poco per saperla cogliere nei piccoli particolari del quotidiano, quelli che sono tanto impregnati di praticità da render perfino ridicola l'idea di dedicar loro un pensiero. Eppure, concentrandoci appena, possiamo scoprire come ogni nostro gesto porti con sé un immane requisito: la fiducia nella possibile, per quanto remota, sua riuscita. O almeno in qualche benefico effetto collaterale. Altrimenti non faremmo niente.

Dunque la fiducia è presente nella nostra vita in maniera non solo capillare, ma pratico: non è qualcosa di alto, astratto, fluttuante nel vuoto d'un mondo delle idee. È concretamente ciò che ci fa muovere. Non ce ne accorgiamo solo perché, come per un rumore di sottofondo, siamo abituati alla sua presenza; un po' come col battito del cuore.

Interessante è che si può proseguire in questa carambola di parole sulla vita, approdando a lidi ben più altisonanti e per questo un po' trascurati, messi a prender polvere in una vetrinetta. Cos'è infatti la fede, se non fiducia? In Dio, ma sempre fiducia. Ciò che ci fa alzare la mattina per guadagnar la paga d'una giornata e ciò che ci fa dire che Gesù è il Cristo e il Risorto: lo stesso sentimento.

È meraviglioso, e sapiente da parte del Creatore, che il modo di credere in Lui non sia un qualcosa d'estraneo alla nostra vita, ma al contrario ne sia il profondo motore, il ritmo cardiaco che ci fa andare avanti e nel quale siamo così esperti proprio perché viviamo. Tutto ciò che serve è di affidarci a Lui, poi lo Spirito ci metterà lo zampino, provvedendo a conservare la fiammella della fiducia. Che resterà lì, in attesa del carburante che vorremo dargli, pronta a diventare fiamma viva, vivificante e calorosa per tutti gli uomini.


Francesco Grossi




6月10日

Vademecum dell'educatore


Il Vademecum dell'Educatore:

Classificazione del fanciullo


Proseguendo un'apprezzata collana di Vademecum, vere chicche di cultura pronta all'uso, presentiamo qui la summa del sapere nel vasto e importante campo dell'educazione infantile, che spazia dalla scuola alla catechesi e alla cura parentale dei piccoli. Come in ogni buon manuale, occorre iniziare dalle basi, per cui questa sezione aiuterà a riconoscere la varie specie di bambini, per poterli meglio affrontare.


Il Casinista: è la varietà più facilmente riconoscibile: usualmente palesa la propria natura entro 120 secondi dal primo contatto visivo creando occasioni di rumore e risate, ad esempio trascinando immotivatamente tavoli e sedie, facendo cadere oggetti di cancelleria e indicando platealmente oggetti strani e non, il tutto in combinazioni aleatorie a ciclo continuo. Esistono almeno due sottocategorie; i primi sono i Casinisti Occasionali, che per ignote contingenze si trovano a voler generosamente condividere la loro luna storta con il resto del mondo. Per questa varietà si consiglia una buona dose di pazienza sapientemente coniugata con polso fermo e solidarietà, in modo da smorzare il soggetto, un po' come si fa sfogare una pentola a pressione prima di aprirla. Seconda varietà, e più pericolosa, sono i Casinisti Congeniti: questi bambini, che usualmente soffrono di incontinenza verbale, possono mettere a repentaglio l'udibilità del messaggio dell'educatore anche a grandi distanze. Occorre perciò agire rapidamente e con efficienza, arginando le occasioni di rumore con brevi intimazioni, in modo da non perdere l'attenzione degli altri bambini. Ideale in questo caso è l'utilizzo di nerboruti ma discreti buttafuori che collaborino con l'educatore.

Il Sapientino: tipo meno evidente ma non meno pericoloso, anche se in modo più sottile. È il bimbo che sa già tutto quello che vorreste insegnare al vostro gruppo di educandi, in modo completo e ineludibile – o almeno ne è convinto. Questo non solo può generare imbarazzo nel caso di imprecisioni da parte vostra, ma in generale sfocia in due tipi di comportamenti: la sindrome da quiz e la distrazione. La prima è una degenerazione figlia delle trasmissioni televisive, per cui ad ogni domanda fatta al gruppo corrisponderà inevitabilmente la mano alzata del Sapientino, spesso seguita a ruota dalla risposta, vanificando così il nobile intento di far emergere le conclusioni del discorso grazie ad una collaborazione del gruppo. Chi invece penserà di sapere già tutto e sarà colto dalla distrazione effettuerà una rapida disconnessione dall'incontro per interessarsi ad altro, provocando fluttuazioni del livello d'attenzione generale anche a diversi metri di distanza.

Il Silente: tipo di bambino che tende a sfruttare gli ultimi ritrovati in materia di mimesi e telepatia. Solitamente si muove vicino agli altri bambini, in modo da sfruttare la loro copertura; in occasione delle domande al gruppo troverà improvvisamente interessante il suo dito mignolo; interrogato direttamente proverà a trasmettere telepaticamente la risposta, mostrando grandi occhi innocenti e labbra sigillate, con risultati disastrosi per la mimica facciale dell'educatore, che rischierà una paresi a furia di ammiccare incoraggiante, sperando in una risposta. È importante evitare che questo tipo di bambini sieda a fianco di qualche Casinista o Sapientino, dato che ciò favorirebbe il talento mimetico del pargolo e obbligherebbe così l'educatore ad accettare le risposte di chi si fa sentire di più.

Il Compare: figura più normale, ma fondamentale per lo svolgimento delle attività. È la vera forza lavoro su cui un educatore può contare, ma è anche il fattore di massa critica che potrebbe trasformare un mormorìo in vociare. I Compari hanno un funzionamento analogo a quello degli amplificatori, per cui se ben manovrati possono aiutare a spingere un incontro nella giusta direzione nonostante i diversivi in cui si può incappare, ma attenzione!, se lasciati andare per inerzia, questi pargoli amplificano soprattutto i Casinisti, creando un circolo vizioso di rumore che si autoalimenta: un processo che è descrivibile con le stesse equazioni delle bombe a fissione nucleare. È perciò fondamentale avere il polso della situazione partendo dalla gestione dei Compari, che vanno tenuti sotto vigilanza costante: questo metodo di controllo di un sistema intrinsecamente instabile è spesso paragonato alla cottura dell'arrosto, per cui ogni poco tempo occorre riposizionare il tutto in modo che non finisca in fumo.

9月27日

Dopo la sofferenza

La fatica

Ogni volta che corro mi sento un po' Filippide.
Sì proprio lui, il tipo della maratona, quello che per portare l'annuncio della vittoria ateniese ai compatrioti si fece 40 km correndo, diede l'annuncio, e schiattò.
Ora, schiattamento a parte, quello che mi interessa sono quei due concetti che porta questa leggenda: missione, e resistenza.

La missione, o: senso: quella cosa che illumina la vita, che riesce a far emergere dalla nebbia i contorni di un sentiero, e pure i segnali stradali. Meglio di un paio d'antinebbia. E' antidoto all'insensatezza, malattia del nostro tempo che porta all'autodistruzione; è una solida manetta che spunta in una placca di calcare unto (qualcosa a cui t'aggrappi con 2 mani, e che ti salva quando tutto ti fa scivolar via, nda).

La resistenza, quella capacità umana (acquisita, non innata) di sopportare le condizioni avverse. Fatica e dolore, ma anche derisione e condanna: resistere significa credere che ci sarà un dopo, che sia un ruscello in cui pucciare i piedi rossi o una pastasciutta con gli amici, la gloria tra gli uomini o la felicità in cielo. Non si resiste così a caso, serve un dopo, che dia un senso al presente di sofferenza: senza il senso del dopo, semplicemente si molla, perché non ha senso soffrire per niente.

Colgo ora il senso del paradiso: è appiglio di speranza, un dopo sempre presente.
E colgo ora la sfida che mi lancia una società che tiene il Presente come la meta più alta a cui possa arrivare l'Uomo: una sfida ad essere davvero per il presente (senza rifugiarsi in un passato in tinte rosa soffuse o un un aldilà arbitrariamente paradisiaco), ma tenendo sempre presente il dopo, che generoso irrora di senso ogni istante presente.
9月4日

Quando la terra ha un sapore particolare...


Di un mio viaggio molto speciale. Ovviamente rende poco ma un po' si coglie cosa ho vissuto. Articolo.

Dal monte delle beatitudini, piccolo paradiso in terra

Ad agosto vado in Terrasanta” “Ma sei matto? Là si sparano!”.

Queste le premesse che i pellegrini dei gruppi FUCI e MEIC-giovani di Lodi hanno dovuto affrontare prima della partenza. Se poi aggiungiamo che l'agenzia viaggi si chiama Brevivet, uno comincia a preoccuparsi. Ma i giovani si sa sono incoscienti, e alle 05:35 del 23 agosto tutti erano a Bergamo per prendere l'aereo. E tutti sono stati ripagati dalla generosità della Terrasanta.

Terra di nomi importanti, nomi che suscitano echi: sono parole da tempo fissate nella memoria che improvvisamente prendono forma e colore: prendono vita. Dalle acque purificatrici e vivificanti del Giordano alle desolate sponde del Mar Morto su cui Sodoma e Gomorra si affacciavano, dalla grandiosa fortezza completa di terme e piscine eretta dal re Erode a Masada, in pieno deserto, all'apocalittica valle di Giosafat a Gerusalemme, da dove inizierà il giudizio universale, luogo cimiteriale ebraico per eccellenza, letteralmente ricoperta di bianche tombe.

Terra di segni cari a cristiani, ebrei, musulmani: dal Santo Sepolcro al monte delle beatitudini sul lago di Galilea, dal commovente Muro del Pianto alla stupenda moschea di Omar, sulla spianata del tempio. Segni della fede che attraversa i secoli facendosi beffe del tempo che incartapecorisce; mattoni e roccia da tastare per concretizzare certa alta teologia, come il bacio suggella una dichiarazione d'amore.

Terra dei cinque sensi, colpiti con forza inaspettata: dall'odore inebriante di fiori e frutta e bestie e uomo portato dal caldo vento del Mar di Galilea, dall'abbacinante candore della Città Santa di mezzogiorno, dal sapore sommesso del pane che stempera il tambureggiare delle spezie onnipresenti, dalla viscosità quasi oleosa dell'acqua del Mar Morto e dalla freschezza di un'acqua di sorgente nel torrido meriggio, dalla dissonante caciara del mercato di Gerusalemme, brulicante d'umanità.

Terra di contrasti vivi, sanguinanti, testimoni del suo valore: terra amata e perciò contesa. I litigi delle varie confessioni religiose per il possesso anche di un solo angoletto di questa terra santa, la lotta per una Casa tra israeliani e palestinesi, i militari col kalashnikov che presidiano i luoghi più cari alle religioni, il quartiere ebraico lindo e tranquillo vicino al quartiere arabo, chiassosa e sporca sede del mercato, e la confusione rumorosa ed estremamente prosaica che permea il Santo Sepolcro: tutto in questa terra è contrasto. Ma di che meravigliarsi? L'umanità è una ridda di contrasti, e in questa diversità si può cogliere un'armonia insospettata, un'armonia inequivocabilmente umana.


FUCI è Federazione Universitaria Cattolica Italiana e MEIC è Movimento Ecclesiale d'Impegno Culturale

6月6日

Di strani conviventi e dei loro figli

Mi sono a un certo punto stupito di una fantasiosa convivenza di questi tempi: mister Individualismo e madama Economia. Non è curioso?, dicevo, come fa Economia con le sue esigenze di mercati standard e di consumatori tutti uguali a stare insieme ad Individualismo, che tutti sappiamo essere un tipo difficile da accontentare, amante della privacy e un po' egoista?
Qualche risposta forse ce l'ho. Certo, potrebbe c'entrare col fatto che Economia sia una che si vende facilmente: che non si faccia troppi problemi e sappia accontentare tutti, ma mi sembra una risposta troppo comoda e riduttiva. Ne ho pensate altre due.
Uno: Economia non è solo una cortigiana, ma una cortigiana scaltra è. Certo: messa di fronte ai bisogni del suo attuale convivente, si è reinventata. Si è subito resa conto che i grandi scaffali di oggetti tutti uguali non tiravano più, e ha creato il paradossale concetto di mass customization del prodotto: la personalizzazione di massa, per la massa. Geniale come al solito, madama Economia: il prodotto è progettato come insieme di moduli intercambiabili tra loro, così il cliente può scegliere i moduli che preferisce e ottenere un bene finale (quasi) su misura. Basti pensare alle auto coi loro optional, o alle versioni diversificate del nuovo Windows Vista, o agli abbonamenti telefonici con opzioni attivabili a piacimento. E tutto questo funziona, accidenti se funziona!, e questo è sia merito dell'acume di Economia, sia:
Due: della somma superficialità di Individualismo. Perché Individualismo vorrebbe salvaguardare la propria identità da pressioni esterne ma troppo spesso approssima malamente questo nobile obiettivo con la lotta all'autoritarismo e alla massificazione dell'individuo; e molto peggio: crede di aver vinto questa lotta non appena le voci-guida autoritarie tacciono, o non appena nota soddisfatto che (quasi) nessuno ha un cellulare del suo stesso colore. Illuso. Non sa o non vuole sapere che a Economia basta la voce suadente della pubblicità per influenzare i consumi; e che il cellulare originalissimo è in realtà la semplice somma d'un paio di pezzi creati a stampino da un macchinario di produzione di massa: una finzione di originalità.
E così tra la furbizia di Economia e la dabbenaggine di Individualismo, la convivenza resiste e si rinsalda. Si sposeranno? Ne dubitiamo: Economia è troppo svelta e capricciosa per legarsi definitivamente a qualcosa/qualcuno.
Poi mi sono chiesto da questa convivenza cosa scaturisca per la società, per noi ultimi nati.
Noi, noi giovani cosa siamo e cosa possiamo fare in questo mondo? Noi volenti o nolenti siamo i figli di questa convivenza: siamo figli della società che ci ha abbracciato fin dalla nascita. Io vedo almeno tre possibilità. Possiamo non effettuare alcuna scelta, vivendo per inerzia: incasellati nelle analisi di marketing, spronati dal capufficio e dai saldi di fine stagione, sollazzati da logore battute televisive. Oppure possiamo decidere di essere figli illegittimi e ribelli d'un mondo alla deriva: e rifiutare la marcia società consumistica. Possiamo ritirarci in un misticismo esasperato e sradicato dal mondo, o in una bottiglia di vodka a buon mercato, o nell'allucinazione d'una cannetta con gli amici: tra puzza d'incenso, o d'alcool, o di marijuana.
Oppure, per fortuna, possiamo decidere d'essere davvero figli di questo mondo e figli di Dio. Figli che crescono, maturano opinioni e litigano coi genitori: con madama Economia e con mister Individualismo. Figli che a volte rendono orgogliosi e a volte deludono: figli che studiano, che diventano scienziati, che scrivono bei libri, che sfruttano a dovere le nuove tecnologie e che ritengono la persona umana importantissima; ma anche figli che rifiutano la competitività come unico modello di vita, che rigettano l'hobbesiano homo homini lupus, che sanno dare e amare gratuitamente, che vogliono creare rapporti e superare i confini delle divisioni, che sono capaci di amare certa Autorità.
Figli radicati nel mondo che li circonda, amanti della vita e degli uomini e di Dio.

4月21日

Il Piccolo Principe #1

Il blog langue, lo so. La dea ispirazione fa la preziosa, e non mi si concede. Perciò inauguro un nuovo capitolo in questo foglio elettronico: Gli Appunti.

Sono trascrizioni leggermente elaborate di incontri a cui ho partecipato: pensieri infilzati sulle pagine dell'agenda Moleskine prima che si perdessero nell'evaporazione rapida della memoria a breve termine. Per non perderli; per poterli ri-cordare; e ora per poterli condividere. Nel riportarli cercherò di rimuovere almeno parte di quell'esotericità, deittici e riferimenti interni che inevitabilmente un gruppo si porta dietro quando discute.

Perciò: leggendo e parlando del "Piccolo Principe". Appunti da discussione sul Capitolo I. Si consiglia una lettura del suddetto capitolo - e anche di tutto il libro, che fa proprio bene.

Abstract: Il personaggio-autore in giovin età provò una carriera di pittore: disegnando boa che digeriscono elefanti, prima da fuori e poi pure in sezione laterale; purtroppo gli adulti non lo capirono, chiusi com'erano nella banale logica della realtà apparente, e il bimbo desistette, facendosi pilota d'aerei e perdendo la fiducia nelle capacità di comprensione dei grandi.

 
Questo sembra un cappello ma in realtà è un boa che digerisce un elefante.

Appunti liberi:

- Il boa è sfigatissimo, in quanto è così ingordo che perde la maggior parte della sua vita a digerire in letargo: ora, il sonno è uno dei massimi piaceri della vita, ma dormire più di quanto non si stia svegli è proprio lasciar passare la vita - nemmeno da spettatori, proprio da outsiders. Bocciato.

- Il personaggio-autore è un bimbo: lo era a 6 anni, quando era intransigente come un vero infante, che pretende di essere capito presentando un oscuro disegno assolutamente incomprensibile senza spiegazioni; lo è ancora di più da adulto, quando l'intransigenza è rimasta (persevera nel considerare la comprensione del disegno del boa un buon test per capire se l'interlocutore è una "persona aperta di mente"!) e peggiorata (ormai non prova più nemmeno a spiegare quali siano i suoi pensieri oltre l'apparenza: non presenta più il boa "in sezione"); non si sente un adulto, ma non ha capito che ciò che gli adulti hanno in più rispetto ai bambini e al loro fantastico sguardo puro è proprio l'aver compreso che i nostri più profondi sentimenti sono difficilmente comprensibili dagli altri con un semplice sguardo "spontaneo": occorre invece una disponibilità a imparare il "linguaggio interiore" dell'altro, e una pari disponibilità a insegnare all'altro il proprio. La spontaneità non è perfetto specchio dei sentimenti interiori, no.

[Scena #1: studio con pareti verdino delicato: paziente ventiseienne sul lettino con sguardo preoccupato ciancica l'anello di fidanzamento; il dottore prende appunti. Due piccioni tubano sul davanzale.
Paziente: "...dottore la mia ragazza si lamenta perché dice che non sono molto affettuoso, ma se non me lo sento dentro mica posso farle una carezza così, no? Non sarebbe spontaneo!"
Psicologo: "Sa cosa cresce spontaneamente nel mio giardino?"
Paziente: "..."
Psicologo: "Erbacce"
Paziente: "..."
Psicologo: "Cinque cents, prego"
Zoom sulla bocca semiaperta del giovane. Fading. Titoli di coda.]

- Il famoso "parlar del tempo", o come dice Saint-Exupéry parlar "di bridge, di golf, di politica, di cravatte" è da valutare attentamente: è importantissimo per iniziare un dialogo perché crea quel terreno comune su cui si potranno basare discussioni più profonde: con gli sconosciuti non si parla di sé, non ci si espone tutti e subito, pena il rischio di scottatura. D'altra parte è necessario stare attenti a non crogiolarcisi, pena il parlar del niente che così spesso capita con i "vecchi amici", quelli che non si vede da tempo e con cui ci si accorge improvvisamente di aver avuto solo rapporti vuoti: da compagni, non da amici. Diciamo No!, quindi, all'integralismo del "vale la pena solo fare dialoghi profondi" sia al tributo all'inutilità che sono quegli scambi verbali utili solo a coprire inquietanti silenzi.

- Il personaggio-autore presenta il disegno del "boa da fuori" a quelli che gli sembrano "di mente aperta", ma tutti lo deludono. Ma loro volevano deluderlo? L'errore del personaggio è di idealizzare chi incontra: ovvero rifiutarsi di accettare l'altro per come è, sperando che sia come vuole lui. Questo è pericoloso: porta al rifiuto di comprendere l'altro, e alla delusione non appena l'altro si scosta dal profilo mentale in cui è stato incasellato. Ma questi incasellamenti funzionano piuttosto male: l'individuo, Hannah Arendt docet, sfugge alle predestinazioni e ai progetti a tavolino grazie alla sua carica di originalità. Il risultato? La delusione costante, che porta alla rinuncia a tentare un vero contatto umano. Questo è il narcisismo: se gli altri non raggiungono i miei standard, valgono meno di me: per ciò non vale la pena "abbassarsi al loro livello", come si legge nel capitolo I.

4月11日

In un bicchiere

Sulla vendemmia: piccolo miracolo annuale a cui da piccolo partecipavo. E non mi prendete per un alcolizzato perché non è vero niente, sono solo le solite voci maligne ecco.

In un bicchiere


Ancora oggi quando bevo un bicchiere di vino non posso non sorridere, tra me e me. Delle piccole rughe a forma di zampa di gallina mi si allungano a fianco degli occhi semisocchiusi, complici e impertinenti; e chi mi sta di fronte rimane perplesso e divertito:
“Ma Francesco quanto hai già bevuto...?”
“Senti guarda che è il primo bicchiere!, stavo solo ricordando...”
...
Ricordando, ricordando me da piccolo, e gli altri intorno a me, e il vino che si faceva, noi. Già, perché mio nonno aveva una piccola vigna, su verso S. Colombano, a mezzoretta di macchina da Lodi, che già sembrava un viaggio per me che andavo alle elementari; e puntuale, arrivava ogni anno il sabato mattina in cui papà metteva giù il telefono, e diceva:
“Si fa la vendemmia!”
Allora sorridevo, perché la vendemmia era un rito sempre nuovo, sempre vivo: già lo capivo io da bambino.
Si andava tutti quanti in famiglia, zii zie nonno e nonna: niente estranei, no: solo tra di noi. Si arrivava in auto fino al casotto sotto il ciliegio, simbolo dell'inizio della vigna e ricettacolo di ogni meraviglia possibile ai miei occhi di piccolo cittadino, che la campagna la fiutavo solo nelle scie dei camion da trasporto bestiame. Lì al casotto ci si equipaggiava: tutti con i solidi stivali verdemarcio, che affondavano appena tra le zolle scure; tutti con i guanti neri di gomma, che mi arrivavano fino al gomito e che mi pareva mi facessero salire diversi gradini della scala sociale.
I grandi poi prendevano le enormi ceste cubiche di plastica nera, e guidavano la carica: avanti i coraggiosi, e indietro i tremebondi e gli ignavi! Era proprio un assalto, che lanciavano, forse per coinvolgere noi bambini -eravamo in tre cugini- che lo prendevamo davvero sul serio.
Be', prima ovviamente c'era da fare un sopralluogo, come ogni buon generale sa perfettamente. E allora via, in ricognizione:
“Verso il fondo della fila ci sono dei grappoli grossi così, mamma!”
“Bravo, portamene uno per farmi controllare, mettilo nella cesta...”
“Ehi guardate, ho visto il grappolo più grosso di tutti”
“Fantastico, ora mettiamolo nella cesta, questo farà il vino migliore di tutti!”
“Guarda papà, quel ramo ha una forma stranissima...!”
“Si chiama tralcio, Francesco: e hai visto quel grappolo lì appeso? Forza, dai che ci arrivi!”
Non so quanto durasse, ma alla fine ci trovavamo ancora al casotto presso il ciliegio, a contare le ceste piene, con la faccia sudata e sporca di terra e le labbra viola per gli assaggi “per controllare se è buona”. Un po' di pausa, poi la svestizione e il ritorno in macchina, con il furgoncino pieno del frutto delle nostre fatiche; meta, la casa del nonno, con annessa cantina.
Allora si apriva la misteriosa porticina con un boccale intagliato nel legno e giù, sottoterra, ad aprire i torchi per la pigiatura, pronti per essere riempiti. Io mi appollaiavo in cima alla scaletta, pronto per offrirmi volontario per azionare il montacarichi, al suono di “Cala!” e “Porta su!”.
Dall'ingresso dei grappoli nella cantina in poi, ho un buco: ricordo poco e confuso, solo grandi immagini di tini che risuonavano pieni sotto le nocche del nonno, che sapientemente trasformava grazie a chissà quale prodigio l'uva in vino. Lui mi guardava sorridendo, e diceva:
“Quando diventerai grande ti insegnerò a fare il vino, Francesco”
E allora morivo dalla voglia di diventare grande e sapiente abbastanza per operare quel piccolo miracolo.
Nel frattempo, però, potevo essere un esperto dell'imbottigliatura, che avveniva in una seconda giornata di ritrovo; tutti in cantina, stavolta. Qui ricordo perfettamente: un intersecarsi di ombre larghe proiettate dalle lampade penzolanti dal soffitto, montate per l'occasione: ogni tanto qualcuno ci picchiava dentro la testa, e tutto il mondo prendeva a oscillare a ritmo delle nostre ombre. Ma noi continuavamo a imbottigliare; eravamo in coppia, io e papà: io sceglievo i tappi: annusavo il sughero, lo palpavo attento cercando imperfezioni; e papà azionava il meccanismo, suggellando così la produzione del vino, e imprimendomi quella sensibilità e attenzione particolare che avremo sempre per ciò che abbiamo contribuito a creare.
...
Così sorrido, inevitabilmente riassaporando la bellezza della vendemmia, miracolo annuale, e  guardo il bicchiere controluce, come facevo sempre da piccolo con le due dita scarse che potevo assaggiare: premio agognato della fatica. E gli amici sorridono:
“Che fai giochi a fare l'esperto?”
“Be' più o meno, sai io da piccolo ero quasi un esperto”
“E quanta roba hai scoperto da quel bicchiere? Sei lì che lo rimiri da cinque minuti!”
“...”
“Va be', dai ora sto brindisi lo facciamo si o no..?”
Alla salute, allora. E ancora, di soppiatto, osservo controluce il vino, meravigliandomi di quante cose possano stare in un solo bicchiere.

4月4日

Critica della Ragion Amorale

Scamarcio contest™.
Scamarcio Contest 2007
The legs ve lo spiega meglio di me. Partecipazione & webvoto fino al 14 aprile: accorrete numerosi!
Traccia 1. Analisi di 3 Metri Sopra il Cielo e suo impatto sociale.
Svolgimento.

Be' dai riparto dalla frase dell'intervento precedente che mi sembra cattiva a sufficienza. RedOnBlack che fa pure satanico.
(tante piccole bestioline che si muovono seguendo le scie di feromoni lasciate da altre piccole bestioline, una scena vagamente raccapricciante)
Questo è il sunto degli accadimenti in questo fantomatico racconto -di cui ho letto il libro, e anche visto forse metà del film, dato che sostengo la filosofia del "conosci il tuo nemico".
"Eh ma dai non esagerare è una favola da adolescenti ormonofili che vuoi che sia è inutile farci sopra la morale insomma dire nemico è troppo dì al massimo che non ti piace".
Col cazzo, dico io. Infatti sono fissato e pericoloso quando si tratta di cose del genere, quindi lasciatemi fare che poi voi potete pensarla a modo vostro, ma i miei fulmini io li scaglio come mi pare. Così. Sullo Stile, da definizione, il libro non se la cava male. Coinvolgente; a tratti travolgente per un
bovarista come me. Scritto scorrevole, e con una trama in leggera discesa, che ti fa prendere velocità man mano che girano le pagine, con le giuste zone di pausa per farti tirare il fiato e i precipizi che fanno sudare i palmi delle mani e saltare le parole per vedere come va a finire. Quel che non mi va giù è il Senso che viene passato, che sarebbe: è buono quel che va a me, il resto è merda. Ma proprio merda, che non bisogna avvicinarcisi perché puzza e dà fastidio e anche solo guardarla fa schifo: io sono in un mondo oscuro perché brutto: e un occhio di bue staglia netti solo i miei lineamenti da figo, da star.

Solo quelli a cui permetto di entrare nel mio cerchio perfetto di luce valgono qualcosa;
Io valgo più dei brutti, quelli fuori dal cerchio: al mio piacere devono piegarsi i loro desideri, perché la mia volontà è più importante;
Ogni mia mossa è da seguire col fiato sospeso perché sono un dio;
Creo la mia morale - o meglio, si crea da sola mentre gonfio i bicipiti a cui tengo più di cose intangibili come la cultura o il pensiero critico o il credere in qualcosa;

Detto questo: tutto è lecito, i limiti non esistono, chi vince ha ragione e chi perde ha torto: l'importante è stare dalla parte giusta.

Questo io leggo in 3msc: oltre la favola degli ormoni che ballano e dell'amore che vince le barriere sociali (ma solo per un attimo, perché poi diventa scomodo) e redime i cattivi, oltre il mito dragonballiano della forza fisica (ripescato in modo deliziosamente anacronistico in un mondo che uccide a distanza, senza guardare negli occhi) e quello patetico della Prima Volta per cui la ragazza gliela dà solo in un luogo profondamente romantico, perché è il romanticismo che conta (per forza: il rapporto di coppia lì non contempla il dialogo).

Basta vedere un po' oltre: e non è farsi pippe mentali perché ogni parola è un atto educativo, diceva qualcuno che la sapeva lunga. Così ogni fenomeno di ampio successo influenza profondamente la società e crea costume, inevitabilmente. E poi ci si stupisce degli studenti che girano porno a scuola o picchiano i down. Ma è solo una conseguenza dell'incertezza morale in cui oggi viviamo, per cui i confini tra giusto e sbagliato si confondono, e buono e cattivo si mischiano: diventano superflui nel viver quotidiano, mentre la cosa da fare sarebbe cercare di capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e provare a fare una scelta. E' il mondo che abbiamo voluto: ora pedaliamo.

4月3日

...e una per la ragione

E i puntini di sospensione serviveno pure a quarcosa, che,! Ma io sparisco ogni tanto ma non c'è da farci caso perché con tutto quel che ho da fare è sintomatico.

Detto questo: la ragione. E sì: sul murale del K2 (famoso sottopassaggio pedonale dei miei luoghi natali) si legge: "se l'uomo ascoltasse il cuore / vivrebbe senza rimpianti". Caspita, qui mi serve qualche distinguo su che sia il "cuore" o si rischia di fraintendersi. Perché se il cuore è quella peculiare e birichina essenza che guida inopinatamente i personaggi del famigerato 3msc -che ho letto e temuto- allora qualcosa non va. Quello non è cuore, è ormone.
(tante piccole bestioline che si muovono seguendo le scie di feromoni lasciate da altre piccole bestioline, una scena vagamente raccapricciante)
Quell'ormone guida finché può; e svolto il suo compito, svapora, subito sostituito da altro. Seguendo esclusivamente gli ormoni non si segue alcun percorso nel migliore dei casi, e ci si caccia nei guai con ottime probabilità (cfr 3msc).

Che serve allora per mettere un po' di redini agli ormoni?

Ragione. That is, quel riflettere e reindirizzare che ormai sembro tirare in causa ad ogni intervento, perché è una mia mania evidentemente. Il pensare una vita: che non vuol dire progettare a tavolino perché l'ingegneria gestionale già fa fatica coi numeri, immaginiamoci poi con il senso della vita! Il pensare una vita che vuol dire cercare di capire che cosa possa portare felicità, e restringere a quello il campo d'azione -con gli ormoni si andrebbe a 360 gradi. Course, questo non vuol dire precludersi la vita a priori: le nostre direttive possono evolvere e devono farlo quando migliorano la vita con uno sguardo ampio, anche al futuro che prima o poi arriverà e allora se non saremo pronti saran cazzi di certo.

Pensare una vita: la cartina stradale che non sembra servire finché non ti perdi perché andavi a naso.

Questo io sostengo: la vita attimo per attimo ormonalmente è piacevole momentaneamente e inutile in generale; la vita integrata di Ragione+Passione è degna di essere vissuta perché ha un senso (posto che con la ragione se ne abbia trovato uno, cosa che non è facilissima, ammetto, ma impossibile no: basta cercare).

3月14日

Una lancia per la passione...

Gli intellettualoidi non li capisco mica tanto.

Vivono con le loro sicurezze razionali, seguendo un percorso logico per arrivare dove vogliono: e ci arrivano, spesso. Sanno cosa aspettarsi da se stessi, e non pretendono di più: si utilizzano, non si mettono alla prova: non cercano di fare l'impossibile perché sanno che probabilmente fallirebbero. Sorridono alle battute e ne inventano di ingegnose; sorridono anche delle ingenuità altrui, perché sanno che l'illusione porta molto spesso alla delusione. Rischiano solo se necessario, perché già la vita è abbastanza caotica anche senza darle una mano. Non usano i superlativi assoluti perché sanno che sono esagerati e banali e tradiscono la parzialità emozionale da loro additata e irrisa.

Ma sbagliano.

O almeno in my honest opinion. Io lo dico.
Io che seguo la logica e ogni tanto, imprevedibilmente, la ripudio: messo a disagio dalla sua natura a volte così diversa dalla vita vera, sapida e umanamente emozionale.
Io che so quel che posso fare ma che spero di poter migliorare e imparare cose nuove all'infinito; io che mi abuso, nicchiando sui miei limiti e provando a costo di fallire.
Io che sorrido delle battute perché fanno ridere - quando le capisco e quando fanno ridere davvero - e delle ingenuità altrui perché mi ricordano le mie o perché davvero risultano comiche.
Io che credo che la vita vera sia affrontare il rischio. Non a muzzo, 'course. Ma per un buon motivo, allora sì.
Io che arrivo a dichiarare "bellissima" un'alba, e "mitica" una montagna. Poco originale forse: ma che me frega? Quel che sento non è esprimibile a parole, in ogni caso.

Spezzo perciò una lancia per la passione. Sapore di vita, ferrigno e caldo come il sangue da una ferita che ancora duole.

3月8日

Di mani e di legna

 
 
Il fuoco di casa mia

Ho già capito cosa vorrò fare da vecchio. Sì proprio da vecchio, che non mi spiace come parola, mi saltano subito alla mente mani grandi come badili e tutte rugose: vissute. E sguardi concentrati attraverso palpebre strizzate. E gesti lenti, ripetuti, in armonia con il battere del tempo che si accumula alle spalle.

Sì io da vecchio avrò un caminetto - rigorosamente aperto, non ne voglio sapere di quelle trappole di vetro o griglie che bloccheranno pure i tizzoni ma mutilano la libertà della fiamma, la rendono impotente, virtuale. Avrò un caminetto, e nel caminetto brucerò la legna che durante l'anno avrò tagliato in piccoli pezzi ordinati, avendo avuto cura però di lasciare alcuni grandi ciocchi, da mettere solo quando ormai il fuoco abbia fatto già le braci. E il mio divertimento durante l'anno sarà di tagliare la legna in pezzi ordinati con la mia fida accetta, che avrà il manico usurato e anche un po' bruciacchiato, ma il filo sempre acuto; e durante l'inverno sarà far nascere e accudire il fuoco, come un nipotino un po' vivace che sia da controllare e da sfamare mentre i genitori sono al lavoro.

So già anche come la taglierò la legna: avrò un grande ciocco di non so quale legno, un vero pezzo di tronco d'albero, che si muova solo facendolo rotolare sul bordo inferiore dopo averlo inclinato leggermente su cui metterò i ciocchi più piccoli, con calma e attenzione. Poi con la sinistra raggiungerò il manico dell'accetta, sempre osservando il ciocco pronto sull'incudine ligneo, e sorriderò. Solleverò piano l'accetta con entrambe le mani rugose, e sentirò l'accetta come un prolungamento delle braccia tese al cielo. Magari chi mi guarderà vedrà a questo punto brillare la lama brunita dell'accetta al sole di maggio, ma io non lo noterò perché avrò tutta la mia attenzione rivolta al ciocco da tagliare. Solleverò un poco il petto, e con tutto il corpo seguirò il movimento dell'accetta piegando un poco le ginocchia irrigidite dall'età, giù seguendo l'accetta che scenderà sempre più rapida sul ciocco, che risuonerà sordo. Ciok. Ciok. Ciok.

Continuerò a tagliare, metodico, preparando il piacere dell'inverno colpo dopo colpo, Ciok. Ciok. Ciok. Qualcuno a un certo punto mi verrà a chiamare, chiedendo se ho intenzione di farmi venire un infarto tagliando due quintali di legna in una volta sola. Lo guarderò sorridendo. Non mi spiacerebbe morire così. Ciok. Ciok. Ciok.

Teorie dell'Uomo

Disclaimer: Questa è pura elucubrazione mentale sullo scopo dell'uomo nel mondo: nel caso non credessi quel che credo. Insomma ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. E' esercizio di comprensione dell'altrui pensiero; magari semplicemente ed erroneamente presumo di capire gli altri - e in effetti, spero sia così.

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Prima un po' d'ipotesi, in ordine caotico.
Uno. La vita è breve: ottimisticamente parlando, s'aggira intorno al secolo.
Due. L'uomo è fondamentalmente malvagio-caotico. Dategli un'ideale, e ucciderà per quello. Dategli dell'uranio e vi costruirà prima una bomba, poi una centrale. Per illuminare quel che rimane.
Tre. La felicità vera è obiettivo sognato di ogni vita, che però brancola cieca nel tentativo di raggiungerla: qui nessuno c'ha il libretto d'istruzioni. Chi ci riesce, chi no: è il caos che forse lo determina, dato che non sembra esistere un metodo scientificamente dimostrato per riuscire.
Quattro. Il piacere si avvicina alla felicità, ed è molto più facile da ottenere: frequentemente il suo raggiungimento dipende solo dall'individuo, non da variabili aleatorie come i sentimenti degli altri.
Cinque. E' bene ciò che provoca più bene che male, una volta tirate le somme. Il resto è male.

Detto questo, tiriamo fuori uno stile di vita da queste ipotesi, che implicano riflessioni di vita. Nota: Ipotesi=> = "L'ipotesi implica quanto detto".

Caso #1: Ci si accontenta.
Diceva Cartesio che non pretendendo alcunché ci si trova felici, perché tutto è "in più" riguardo alle aspettative (Tre=>). Così l'idea: spostiamo il centro delle speranze sul Piacere, decisamente più abbordabile (Quattro=>). Con pochi passaggi logici si arguisce che la maggior parte delle esperienze forti le si può fare solo da "giovani", perciò è meglio darsi da fare, e velocemente (Uno=>). Carpe diem, che poi il domani non è mica detto che esisterà; e se esisterà, non è mica detto che sia felice (Tre=>). Lo stesso dicasi per morale e progetti educativi: non ha senso affannarsi tanto per una meta che potremmo non raggiungere mai, come la Felicità.
Conclusioni #1.
Il tempo rock è quello passato a 200 km/h, sia sulla statale sia nell'oscurità debole di una disco, più leggeri di 100€ e di non pochi neuroni. Per forza: il fermarsi porta solo a pensare, e pensare fa male, porta a intristirsi e perdere tempo. Sarebbe lento, sai. Il lungo termine è inutile e deleterio in quanto distoglie l'attenzione dal presente, impedendo di godere hinc et nunc.

Caso #2: La pretesa dell'impossibile.
No. La vita dell'uomo è troppo preziosa per sprecarla accontentandosi: occorre raggiungere la felicità. Come fare? Le religioni la promettono - parte in un'altra vita, parte in questa. Ma "amare i propri nemici" è contro ogni logica e limitare le proprie libertà sensuali allontana dal piacere e quindi dalla felicità (Quattro=>), perciò è da scartarsi. Inoltre molte religioni sono in aperta contraddizione le une con le altre (Due=>), perciò come si fa a sapere chi abbia ragione? Perciò sono da scartarsi in quanto irrazionali.
Cosa rimane? La realizzazione tramite la scienza. Che spiega della realtà solo la parte che siamo in grado di dimostrare e/o verificare - ovvero non ha la pretesa di spiegazione definitiva e assolutamente vera della realtà. In cambio di questo difetto, però, otteniamo il Grande Vantaggio della Scienza: la possibilità di falsificazione. Popper said: è Scienza solo ciò di cui si può dimostrare la falsità: ciò che pretende di spiegare ogni cosa non è scienza. Non sono scienza perciò la religione e l'esistenza di un Dio al di là delle banali regole fisiche, il comunismo coi suoi processi necessari e inevitabili, la psicanalisi Freudiana che spiega tutto grazie all'inconscio. Questo è il Passo in Avanti: la consapevolezza di non essere mai sicuri, ma solo molto probabilmente nel giusto.
Bella merda, dico io. La percentuale di errore per quanto piccola è sempre presente, e preclude la costruzione di una ricetta, di un manuale d'istruzioni che funzioni indipendentemente dalle contingenze dell'umana vita. Senza il manuale d'istruzioni ognuno ha il diritto di seguire la propria strada - il che significa che la maggior parte sbaglierà o verrà comunque sballottato dal Caso, rimanendo infelice per la durata della propria vita. Questo è uno spreco imperdonabile, e facendo un banale bilancio utilitaristico Felicità-Infelicità la bilancia penderà dalla parte sbagliata, inevitabilmente (Cinque=>).
Conclusioni #2a.
Non vale la pena di vivere. E' troppo alta la probabilità di non essere felici.
Forse vale la pena di aggiornare la bomba all'idrogeno per distruggere una buona volta i guai dell'umanità, con un solo lampo. Nell'unico modo finora provato come funzionante. Finora, ovviamente.
Conclusioni #2b.
Senza il Cinque, non si auspica l'autodistruzione mondiale in quanto la felicità di anche un singolo potrebbe giustificare l'infelicità di molti. Pensiero pericoloso, ma non improponibile. Per cui,i casi sono 2, per limitarsi a decidere se la nostra è una vita felice:
- verificando il livello di felicità istantaneo del day-by-day - osservando la felicità come funzione della vita - si ottiene una misura della bellezza della nostra vita, e decidiamo se in questo momento conviene vivere o meno. Nel caso di abissi negativi, la soluzione sarebbe un suicidio rapido e indolore. Versione a breve termine (in tutti i sensi).
- verificando il livello di felicità accumulato col tempo - integrando la felicità come funzione della vita - si ottiene una misura della bellezza della nostra vita che trascende l'istante contingente; questo porterebbe a vedere tutto però con maggior definitività: un'infelicità persistente è difficile da accettare. E in caso di convergenza negativa dell'integrale improprio della felicità rispetto alla vita, dalla nascita alla morte (che è l'area sottesa alla curva, la "quantità di felicità accumulata", per chi fosse analiticamente digiuno), la vita avrebbe senso?
Felicità < 0 definitivamente (per sempre da un certo punto in poi)
: è vita degna di essere vissuta, o no? Entrambi i casi possono condurre al suicidio con la facilità con cui la vita elargisce disgrazie e dispiaceri.
These are some questions...

2月20日

Sognando la Vergine della Pagoda

Il capitano Mac Clintock si gettò da quella parte per ribattere l'abbordaggio, ma una scarica di mitraglia lo freddò assieme con tre uomini.

Un urlo terribile echeggiò per l'aria:

- Viva la Tigre della Malesia!

Emilio Salgari, "I pirati della Malesia"

Per giove!, come imprecherebbe il buon Yanez, questo si che è un Tombino per me.
Qualche giorno fa sono andato in biblioteca a restituire libri per tutta la famiglia, fratellini compresi. Erano almeno tre anni che non entravo più nel reparto per i bambini, e mi sono emozionato nel sentire il mio passo rimbombare sulla rampa di legno che sostituisce i gradini: proprio come una volta: un invito a correre forte, annunciando il proprio arrivo alle bibliotecarie sorridenti e sempre pronte a consigliare libri nuovi, in vero stile "negozio di libri d'angolo".

Sono entrato, dicevo, e dopo aver sganciato i libri del fratellame ed essermi guadagnato un'occhiata-tentativo-di-rimembranza da parte dell'immutabile signora dietro la scrivania, mi sono aggirato tra gli scaffali ad altezza petto, piano, chinandomi a leggere i titoli ancora familiari nella memoria. Capitani coraggiosi con quel segno sulla costa, Il giro del mondo in 80 giorni in nuova versione, I misteri della Jungla Nera in versione rilegata... hey i misteri della jungla nera??
Allungo la mano e sfoglio quel pezzo d'infanzia, leggiucchiando pezzi d'emozione stampati sulla carta e in me. Mi guardo un attimo intorno, e vedo la bibliotecaria che mi sorride, con lo sguardo tipico di chi ha appena ricordato qualcosa. Infilo il libro sottobraccio, e mi dirigo verso di lei.

"Ciao... sei Francesco, vero? Il fratello di Alessandra e Simone, vero?"
"Già. Era un bel po' che non venivo qui"
"Cosa stai prendendo?"
"Salgari: bei ricordi d'infanzia"
"Già, ricordo che sei sempre stato un patito dei tigrotti di Mompracem... Se hai bisogno d'altro puoi pure chiedere"
"Lo so"

Un patito. Yeah. Un fatto poco noto della mia infanzia è che andavo sempre in giro con un paio di pistoloni da pirata, sparando alla gente che, ignara, veniva spacciata al grido di "maledetto inglese!" o "spagnolo infame!" a seconda se interpretavo un tigrotto o un filibustiere della Tortuga, al servizio del Corsaro Nero.

A vedere la mia infanzia, avrei detto che da grande sarei finito a fare il fabbricante d'armi di plastica, con una felice espressione che cito. Riprendendo Salgari, mi accorgo che era uno sporco militarista, e avrebbe potuto coltivare generazioni di fascisti e/o brigatisti (gente violenta, anyway) con la sua visione parziale -glorificante e esaltante- della guerra. E forse così è stato, nei primi del novecento.

Ma a Salgari non ci rinuncio: no. Mi prescrivo riletture critiche, da effettuarsi dopo i sogni ad occhi aperti: di viaggi, e navi nelle tempeste, e spingarde tuonanti, e voci metalliche e carismatiche. Ma solo dopo. "Lasciatemi divertire".

Ah, dimenticavo: i sogni sulla "Vergine della Pagoda" erano casti e puri, vista l'età -8/9 anni- e il fatto che comunque quella amava Tremal-Naik. Vi assicuro che da giovane ero un vero milord, in fatto di pensieri-parole-opere-omissioni.