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Pensieri. Parole. Opere. Omissioni.Francesco racconta...
12月4日 TraslocoPer chi per caso passasse di qui, voglio segnalare la mia nuova casa: Life snippets - pezzetti di vita http://francescogro.blogspot.com/ Un blog con lo stesso stile finora usato ma in inglese. 10月30日 Ingegneria MatematicaL'ingegnere matematico
Quadrato o con i piedi per terra? Approssimativo o sintetico? Presuntuoso o abilitato a risolvere i problemi più disparati? Dipende, manco a dirlo: se i vostri occhi sono quelli occhialuti (a montatura rigorosamente rettangolare) dell'Ingegnere, o quelli del resto del mondo. Proveremo dunque a scavare un po' sotto certi luoghi comuni. Innanzitutto, chi è l'ingegnere? È quello che, visto che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, guida l'imbarcazione a destinazione. Un capitano di marina, ecco cos'è. Più o meno capace, con un naviglio più o meno affidabile; comunque responsabile della messa in pratica di ciò che potenzialmente racconta la Teoria, stupenda novella che abita lidi lontani dalla vita reale. È colui che si occupa di elevare la teoria alla pratica, un po' come colui che oltre ad aver letto trecenteschi sonetti d'amore, si sposa. L'amore puro e dolce s'incarna nella vita quotidiana, mischiandosi con piccoli litigi, compromessi e rinunce, inevitabili perché il legame sia vero. Nota bene: non è certo l'unico che si sposi; e tuttavia è tra i pochi che faccia dei suoi anni universitari la preparazione ad un matrimonio: con la realtà. E questa preparazione si materializza nella matura consuetudine con i numeri, agili etichette per conoscere le cose; nella vocazione al risolvere i problemi, sana pratica che costringe a scegliere; nella creativa necessità di modellizzare la realtà, semplificandola per poterla afferrare senza rimanerne soverchiati. Nella variegata ed espandentesi famiglia delle ingegnerie, quella matematica rappresenta forse l'ultima nata: figlia di questo tempo - madre di una nuova mentalità. S'è capito – e ammesso – che l'ingegner non è più il tennico, non più quel duro e serio e ridicolmente sicuro tecnomane che gira col regolo calcolatore nel taschino, quell'uomo che sa i numeri e che permette alla società di funzionare. Con la specializzazione delle conoscenze, l'ingegnere ha riscoperto l'etimologia: e ha capito che il suo punto di forza, ben più durevole delle effimere trovate tecnologiche, è proprio l'ingegno. Ingegno come abilità nell'usare la competenza scientifica, ma anche ingegno come capacità di sapientemente sapersi arrabattare, creativamente cercando la Soluzione. Dunque l'ingmat ha variegate conoscenze ingegneristiche, che vanno dalla Scienza delle Costruzioni all'Elettrotecnica, dalla Fisica Tecnica alla Meccanica dei Fluidi: ingredienti per imparare ad avere il polso della realtà, il senso fisico delle cose; e profonde conoscenze modellistico-matematiche, dalla Statistica alla descrizione della realtà per mezzo di equazioni e al Calcolo Numerico: chicche che preparano il laureato ad affrontare problemi che solo da pochi anni, grazie ai computer, sono risolubili, e che nello stesso tempo, con la loro multiforme varietà, rendono agili, flessibili, aperti al nuovo. D'accordo, l'ingegnere matematico non costruisce ponti; e nemmeno dimostrerà nuovi teoremi. Ma questi sono solo gli estremi, e nell'iridescente spettro di mezzo lui ci sguazza, arrabattandosi come pochi: risolvendo problemi di ottimizzazione o simulando al computer fenomeni fisici, scrivendo algoritmi risolutivi o impiegandosi nei campi della matematica finanziaria. Ovunque ci sia un problema da risolvere con un poco di matematica, là l'ingegner matematico fiorisce.
Francesco
Grossi 10月23日 Nostra sorella fiduciaÈ mattina presto: tra le persiane filtra solo la grigia alba nuvolosa di un mattino d'autunno. E sai che fuori dai risicati confini dalle tue lenzuola, pronto t'aspetta il freddo: dispettoso s'insinuerà sotto il pigiama per svegliarti. Perché alzarsi? “Il dovere chiama”. Sì, ma da quando il semplice dovere ha mosso qualcosa? Che ha il dovere di tanto ineluttabile? Da solo, poveretto, non ha futuro: se pensassimo che qualcosa che dovremmo fare fosse completamente e assolutamente sbagliata o fallimentare, la faremmo ancora? O non è forse qualcos'altro che ci aiuta, ci spinge ad assolvere i nostri doveri? L'amore? Anche, ma forse è già un passo più avanti: se pensassimo che qualcosa fosse dannoso per chi amiamo, la faremmo? Cerchiamo più in profondità, e potremmo trovare... ...la Fiducia. Non è forse lei che ci sussurra ammiccante che il sacrificio potrebbe dare dei risultati? Che la giornata sarà degna di essere vissuta? Che anche ciò che sembra impossibile potrebbe funzionare? È strana, la fiducia: si nutre di incerti condizionali, di fumosi futuri, di improbabili schiarite. Cresce con poco e non muore mai. Ogni tanto viene colta in pieno viso da un rovescio della fortuna, o da un tradimento; accusa il colpo, si ferma un po' e poi riparte, inarrestabile. Ineluttabile. Niente da fare, la fiducia l'abbiamo dentro di noi, scrollarcela di dosso non possiamo, finché vogliamo vivere. Di solito la dimentichiamo, però. Occorre un'accortezza non da poco per saperla cogliere nei piccoli particolari del quotidiano, quelli che sono tanto impregnati di praticità da render perfino ridicola l'idea di dedicar loro un pensiero. Eppure, concentrandoci appena, possiamo scoprire come ogni nostro gesto porti con sé un immane requisito: la fiducia nella possibile, per quanto remota, sua riuscita. O almeno in qualche benefico effetto collaterale. Altrimenti non faremmo niente. Dunque la fiducia è presente nella nostra vita in maniera non solo capillare, ma pratico: non è qualcosa di alto, astratto, fluttuante nel vuoto d'un mondo delle idee. È concretamente ciò che ci fa muovere. Non ce ne accorgiamo solo perché, come per un rumore di sottofondo, siamo abituati alla sua presenza; un po' come col battito del cuore. Interessante è che si può proseguire in questa carambola di parole sulla vita, approdando a lidi ben più altisonanti e per questo un po' trascurati, messi a prender polvere in una vetrinetta. Cos'è infatti la fede, se non fiducia? In Dio, ma sempre fiducia. Ciò che ci fa alzare la mattina per guadagnar la paga d'una giornata e ciò che ci fa dire che Gesù è il Cristo e il Risorto: lo stesso sentimento. È meraviglioso, e sapiente da parte del Creatore, che il modo di credere in Lui non sia un qualcosa d'estraneo alla nostra vita, ma al contrario ne sia il profondo motore, il ritmo cardiaco che ci fa andare avanti e nel quale siamo così esperti proprio perché viviamo. Tutto ciò che serve è di affidarci a Lui, poi lo Spirito ci metterà lo zampino, provvedendo a conservare la fiammella della fiducia. Che resterà lì, in attesa del carburante che vorremo dargli, pronta a diventare fiamma viva, vivificante e calorosa per tutti gli uomini.
Francesco Grossi 6月10日 Vademecum dell'educatoreIl Vademecum dell'Educatore: Classificazione del fanciullo
Proseguendo un'apprezzata collana di Vademecum, vere chicche di cultura pronta all'uso, presentiamo qui la summa del sapere nel vasto e importante campo dell'educazione infantile, che spazia dalla scuola alla catechesi e alla cura parentale dei piccoli. Come in ogni buon manuale, occorre iniziare dalle basi, per cui questa sezione aiuterà a riconoscere la varie specie di bambini, per poterli meglio affrontare.
Il Casinista: è la varietà più facilmente riconoscibile: usualmente palesa la propria natura entro 120 secondi dal primo contatto visivo creando occasioni di rumore e risate, ad esempio trascinando immotivatamente tavoli e sedie, facendo cadere oggetti di cancelleria e indicando platealmente oggetti strani e non, il tutto in combinazioni aleatorie a ciclo continuo. Esistono almeno due sottocategorie; i primi sono i Casinisti Occasionali, che per ignote contingenze si trovano a voler generosamente condividere la loro luna storta con il resto del mondo. Per questa varietà si consiglia una buona dose di pazienza sapientemente coniugata con polso fermo e solidarietà, in modo da smorzare il soggetto, un po' come si fa sfogare una pentola a pressione prima di aprirla. Seconda varietà, e più pericolosa, sono i Casinisti Congeniti: questi bambini, che usualmente soffrono di incontinenza verbale, possono mettere a repentaglio l'udibilità del messaggio dell'educatore anche a grandi distanze. Occorre perciò agire rapidamente e con efficienza, arginando le occasioni di rumore con brevi intimazioni, in modo da non perdere l'attenzione degli altri bambini. Ideale in questo caso è l'utilizzo di nerboruti ma discreti buttafuori che collaborino con l'educatore. Il Sapientino: tipo meno evidente ma non meno pericoloso, anche se in modo più sottile. È il bimbo che sa già tutto quello che vorreste insegnare al vostro gruppo di educandi, in modo completo e ineludibile – o almeno ne è convinto. Questo non solo può generare imbarazzo nel caso di imprecisioni da parte vostra, ma in generale sfocia in due tipi di comportamenti: la sindrome da quiz e la distrazione. La prima è una degenerazione figlia delle trasmissioni televisive, per cui ad ogni domanda fatta al gruppo corrisponderà inevitabilmente la mano alzata del Sapientino, spesso seguita a ruota dalla risposta, vanificando così il nobile intento di far emergere le conclusioni del discorso grazie ad una collaborazione del gruppo. Chi invece penserà di sapere già tutto e sarà colto dalla distrazione effettuerà una rapida disconnessione dall'incontro per interessarsi ad altro, provocando fluttuazioni del livello d'attenzione generale anche a diversi metri di distanza. Il Silente: tipo di bambino che tende a sfruttare gli ultimi ritrovati in materia di mimesi e telepatia. Solitamente si muove vicino agli altri bambini, in modo da sfruttare la loro copertura; in occasione delle domande al gruppo troverà improvvisamente interessante il suo dito mignolo; interrogato direttamente proverà a trasmettere telepaticamente la risposta, mostrando grandi occhi innocenti e labbra sigillate, con risultati disastrosi per la mimica facciale dell'educatore, che rischierà una paresi a furia di ammiccare incoraggiante, sperando in una risposta. È importante evitare che questo tipo di bambini sieda a fianco di qualche Casinista o Sapientino, dato che ciò favorirebbe il talento mimetico del pargolo e obbligherebbe così l'educatore ad accettare le risposte di chi si fa sentire di più. Il
Compare: figura più normale, ma fondamentale per lo svolgimento
delle attività. È la vera forza lavoro su cui un educatore può
contare, ma è anche il fattore di massa critica che potrebbe
trasformare un mormorìo in vociare. I Compari hanno un funzionamento
analogo a quello degli amplificatori, per cui se ben manovrati
possono aiutare a spingere un incontro nella giusta direzione
nonostante i diversivi in cui si può incappare, ma attenzione!, se
lasciati andare per inerzia, questi pargoli amplificano soprattutto i
Casinisti, creando un circolo vizioso di rumore che si autoalimenta:
un processo che è descrivibile con le stesse equazioni delle bombe a
fissione nucleare. È perciò fondamentale avere il polso della
situazione partendo dalla gestione dei Compari, che vanno tenuti
sotto vigilanza costante: questo metodo di controllo di un sistema
intrinsecamente instabile è spesso paragonato alla cottura
dell'arrosto, per cui ogni poco tempo occorre riposizionare il tutto
in modo che non finisca in fumo.
9月27日 Dopo la sofferenza
Sì proprio lui, il tipo della maratona, quello che per portare l'annuncio della vittoria ateniese ai compatrioti si fece 40 km correndo, diede l'annuncio, e schiattò. Ora, schiattamento a parte, quello che mi interessa sono quei due concetti che porta questa leggenda: missione, e resistenza. La missione, o: senso: quella cosa che illumina la vita, che riesce a far emergere dalla nebbia i contorni di un sentiero, e pure i segnali stradali. Meglio di un paio d'antinebbia. E' antidoto all'insensatezza, malattia del nostro tempo che porta all'autodistruzione; è una solida manetta che spunta in una placca di calcare unto (qualcosa a cui t'aggrappi con 2 mani, e che ti salva quando tutto ti fa scivolar via, nda). La resistenza, quella capacità umana (acquisita, non innata) di sopportare le condizioni avverse. Fatica e dolore, ma anche derisione e condanna: resistere significa credere che ci sarà un dopo, che sia un ruscello in cui pucciare i piedi rossi o una pastasciutta con gli amici, la gloria tra gli uomini o la felicità in cielo. Non si resiste così a caso, serve un dopo, che dia un senso al presente di sofferenza: senza il senso del dopo, semplicemente si molla, perché non ha senso soffrire per niente. Colgo ora il senso del paradiso: è appiglio di speranza, un dopo sempre presente. E colgo ora la sfida che mi lancia una società che tiene il Presente come la meta più alta a cui possa arrivare l'Uomo: una sfida ad essere davvero per il presente (senza rifugiarsi in un passato in tinte rosa soffuse o un un aldilà arbitrariamente paradisiaco), ma tenendo sempre presente il dopo, che generoso irrora di senso ogni istante presente. 9月4日 Quando la terra ha un sapore particolare...Di un mio viaggio molto speciale. Ovviamente rende poco ma un po' si coglie cosa ho vissuto. Articolo. ![]() “Ad agosto vado in Terrasanta” “Ma sei matto? Là si sparano!”. Queste le premesse che i pellegrini dei gruppi FUCI e MEIC-giovani di Lodi hanno dovuto affrontare prima della partenza. Se poi aggiungiamo che l'agenzia viaggi si chiama Brevivet, uno comincia a preoccuparsi. Ma i giovani si sa sono incoscienti, e alle 05:35 del 23 agosto tutti erano a Bergamo per prendere l'aereo. E tutti sono stati ripagati dalla generosità della Terrasanta. Terra di nomi importanti, nomi che suscitano echi: sono parole da tempo fissate nella memoria che improvvisamente prendono forma e colore: prendono vita. Dalle acque purificatrici e vivificanti del Giordano alle desolate sponde del Mar Morto su cui Sodoma e Gomorra si affacciavano, dalla grandiosa fortezza completa di terme e piscine eretta dal re Erode a Masada, in pieno deserto, all'apocalittica valle di Giosafat a Gerusalemme, da dove inizierà il giudizio universale, luogo cimiteriale ebraico per eccellenza, letteralmente ricoperta di bianche tombe. Terra di segni cari a cristiani, ebrei, musulmani: dal Santo Sepolcro al monte delle beatitudini sul lago di Galilea, dal commovente Muro del Pianto alla stupenda moschea di Omar, sulla spianata del tempio. Segni della fede che attraversa i secoli facendosi beffe del tempo che incartapecorisce; mattoni e roccia da tastare per concretizzare certa alta teologia, come il bacio suggella una dichiarazione d'amore. Terra dei cinque sensi, colpiti con forza inaspettata: dall'odore inebriante di fiori e frutta e bestie e uomo portato dal caldo vento del Mar di Galilea, dall'abbacinante candore della Città Santa di mezzogiorno, dal sapore sommesso del pane che stempera il tambureggiare delle spezie onnipresenti, dalla viscosità quasi oleosa dell'acqua del Mar Morto e dalla freschezza di un'acqua di sorgente nel torrido meriggio, dalla dissonante caciara del mercato di Gerusalemme, brulicante d'umanità. Terra di contrasti vivi, sanguinanti, testimoni del suo valore: terra amata e perciò contesa. I litigi delle varie confessioni religiose per il possesso anche di un solo angoletto di questa terra santa, la lotta per una Casa tra israeliani e palestinesi, i militari col kalashnikov che presidiano i luoghi più cari alle religioni, il quartiere ebraico lindo e tranquillo vicino al quartiere arabo, chiassosa e sporca sede del mercato, e la confusione rumorosa ed estremamente prosaica che permea il Santo Sepolcro: tutto in questa terra è contrasto. Ma di che meravigliarsi? L'umanità è una ridda di contrasti, e in questa diversità si può cogliere un'armonia insospettata, un'armonia inequivocabilmente umana.
FUCI
è Federazione Universitaria Cattolica Italiana e MEIC è Movimento Ecclesiale d'Impegno Culturale
6月6日 Di strani conviventi e dei loro figliMi sono a un certo punto
stupito di una fantasiosa convivenza di questi tempi: mister Individualismo e
madama Economia. Non è curioso?, dicevo, come fa Economia con le sue esigenze di
mercati standard e di consumatori tutti uguali a stare insieme ad
Individualismo, che tutti sappiamo essere un tipo difficile da accontentare,
amante della privacy e un po' egoista? 4月21日 Il Piccolo Principe #1Il blog langue, lo so. La dea ispirazione fa la preziosa, e non mi si concede. Perciò inauguro un nuovo capitolo in questo foglio elettronico: Gli Appunti. Sono trascrizioni leggermente elaborate di incontri a cui ho partecipato: pensieri infilzati sulle pagine dell'agenda Moleskine prima che si perdessero nell'evaporazione rapida della memoria a breve termine. Per non perderli; per poterli ri-cordare; e ora per poterli condividere. Nel riportarli cercherò di rimuovere almeno parte di quell'esotericità, deittici e riferimenti interni che inevitabilmente un gruppo si porta dietro quando discute. Perciò: leggendo e parlando del "Piccolo Principe". Appunti da discussione sul Capitolo I. Si consiglia una lettura del suddetto capitolo - e anche di tutto il libro, che fa proprio bene. Abstract: Il personaggio-autore in giovin età provò una carriera di pittore: disegnando boa che digeriscono elefanti, prima da fuori e poi pure in sezione laterale; purtroppo gli adulti non lo capirono, chiusi com'erano nella banale logica della realtà apparente, e il bimbo desistette, facendosi pilota d'aerei e perdendo la fiducia nelle capacità di comprensione dei grandi. Appunti liberi: - Il boa è sfigatissimo, in quanto è così ingordo che perde la maggior parte della sua vita a digerire in letargo: ora, il sonno è uno dei massimi piaceri della vita, ma dormire più di quanto non si stia svegli è proprio lasciar passare la vita - nemmeno da spettatori, proprio da outsiders. Bocciato. - Il personaggio-autore è un bimbo: lo era a 6 anni, quando era intransigente come un vero infante, che pretende di essere capito presentando un oscuro disegno assolutamente incomprensibile senza spiegazioni; lo è ancora di più da adulto, quando l'intransigenza è rimasta (persevera nel considerare la comprensione del disegno del boa un buon test per capire se l'interlocutore è una "persona aperta di mente"!) e peggiorata (ormai non prova più nemmeno a spiegare quali siano i suoi pensieri oltre l'apparenza: non presenta più il boa "in sezione"); non si sente un adulto, ma non ha capito che ciò che gli adulti hanno in più rispetto ai bambini e al loro fantastico sguardo puro è proprio l'aver compreso che i nostri più profondi sentimenti sono difficilmente comprensibili dagli altri con un semplice sguardo "spontaneo": occorre invece una disponibilità a imparare il "linguaggio interiore" dell'altro, e una pari disponibilità a insegnare all'altro il proprio. La spontaneità non è perfetto specchio dei sentimenti interiori, no. [Scena #1: studio con pareti verdino delicato: paziente ventiseienne sul lettino con sguardo preoccupato ciancica l'anello di fidanzamento; il dottore prende appunti. Due piccioni tubano sul davanzale. - Il famoso "parlar del tempo", o come dice Saint-Exupéry parlar "di bridge, di golf, di politica, di cravatte" è da valutare attentamente: è importantissimo per iniziare un dialogo perché crea quel terreno comune su cui si potranno basare discussioni più profonde: con gli sconosciuti non si parla di sé, non ci si espone tutti e subito, pena il rischio di scottatura. D'altra parte è necessario stare attenti a non crogiolarcisi, pena il parlar del niente che così spesso capita con i "vecchi amici", quelli che non si vede da tempo e con cui ci si accorge improvvisamente di aver avuto solo rapporti vuoti: da compagni, non da amici. Diciamo No!, quindi, all'integralismo del "vale la pena solo fare dialoghi profondi" sia al tributo all'inutilità che sono quegli scambi verbali utili solo a coprire inquietanti silenzi. - Il personaggio-autore presenta il disegno del "boa da fuori" a quelli che gli sembrano "di mente aperta", ma tutti lo deludono. Ma loro volevano deluderlo? L'errore del personaggio è di idealizzare chi incontra: ovvero rifiutarsi di accettare l'altro per come è, sperando che sia come vuole lui. Questo è pericoloso: porta al rifiuto di comprendere l'altro, e alla delusione non appena l'altro si scosta dal profilo mentale in cui è stato incasellato. Ma questi incasellamenti funzionano piuttosto male: l'individuo, Hannah Arendt docet, sfugge alle predestinazioni e ai progetti a tavolino grazie alla sua carica di originalità. Il risultato? La delusione costante, che porta alla rinuncia a tentare un vero contatto umano. Questo è il narcisismo: se gli altri non raggiungono i miei standard, valgono meno di me: per ciò non vale la pena "abbassarsi al loro livello", come si legge nel capitolo I. 4月11日 In un bicchiereSulla vendemmia: piccolo miracolo annuale a cui da piccolo partecipavo. E non mi prendete per un alcolizzato perché non è vero niente, sono solo le solite voci maligne ecco. In un bicchiere 4月4日 Critica della Ragion AmoraleScamarcio contest™. Be' dai riparto dalla frase dell'intervento precedente che mi sembra cattiva a sufficienza. RedOnBlack che fa pure satanico. Solo quelli a cui permetto di entrare nel mio cerchio perfetto di luce valgono qualcosa; Detto questo: tutto è lecito, i limiti non esistono, chi vince ha ragione e chi perde ha torto: l'importante è stare dalla parte giusta. Questo io leggo in 3msc: oltre la favola degli ormoni che ballano e dell'amore che vince le barriere sociali (ma solo per un attimo, perché poi diventa scomodo) e redime i cattivi, oltre il mito dragonballiano della forza fisica (ripescato in modo deliziosamente anacronistico in un mondo che uccide a distanza, senza guardare negli occhi) e quello patetico della Prima Volta per cui la ragazza gliela dà solo in un luogo profondamente romantico, perché è il romanticismo che conta (per forza: il rapporto di coppia lì non contempla il dialogo). Basta vedere un po' oltre: e non è farsi pippe mentali perché ogni parola è un atto educativo, diceva qualcuno che la sapeva lunga. Così ogni fenomeno di ampio successo influenza profondamente la società e crea costume, inevitabilmente. E poi ci si stupisce degli studenti che girano porno a scuola o picchiano i down. Ma è solo una conseguenza dell'incertezza morale in cui oggi viviamo, per cui i confini tra giusto e sbagliato si confondono, e buono e cattivo si mischiano: diventano superflui nel viver quotidiano, mentre la cosa da fare sarebbe cercare di capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e provare a fare una scelta. E' il mondo che abbiamo voluto: ora pedaliamo. 4月3日 ...e una per la ragioneE i puntini di sospensione serviveno pure a quarcosa, che,! Ma io sparisco ogni tanto ma non c'è da farci caso perché con tutto quel che ho da fare è sintomatico. Detto questo: la ragione. E sì: sul murale del K2 (famoso sottopassaggio pedonale dei miei luoghi natali) si legge: "se l'uomo ascoltasse il cuore / vivrebbe senza rimpianti". Caspita, qui mi serve qualche distinguo su che sia il "cuore" o si rischia di fraintendersi. Perché se il cuore è quella peculiare e birichina essenza che guida inopinatamente i personaggi del famigerato 3msc -che ho letto e temuto- allora qualcosa non va. Quello non è cuore, è ormone. Che serve allora per mettere un po' di redini agli ormoni? Ragione. That is, quel riflettere e reindirizzare che ormai sembro tirare in causa ad ogni intervento, perché è una mia mania evidentemente. Il pensare una vita: che non vuol dire progettare a tavolino perché l'ingegneria gestionale già fa fatica coi numeri, immaginiamoci poi con il senso della vita! Il pensare una vita che vuol dire cercare di capire che cosa possa portare felicità, e restringere a quello il campo d'azione -con gli ormoni si andrebbe a 360 gradi. Course, questo non vuol dire precludersi la vita a priori: le nostre direttive possono evolvere e devono farlo quando migliorano la vita con uno sguardo ampio, anche al futuro che prima o poi arriverà e allora se non saremo pronti saran cazzi di certo. Pensare una vita: la cartina stradale che non sembra servire finché non ti perdi perché andavi a naso. Questo io sostengo: la vita attimo per attimo ormonalmente è piacevole momentaneamente e inutile in generale; la vita integrata di Ragione+Passione è degna di essere vissuta perché ha un senso (posto che con la ragione se ne abbia trovato uno, cosa che non è facilissima, ammetto, ma impossibile no: basta cercare). 3月14日 Una lancia per la passione...Gli intellettualoidi non li capisco mica tanto. Vivono con le loro sicurezze razionali, seguendo un percorso logico per arrivare dove vogliono: e ci arrivano, spesso. Sanno cosa aspettarsi da se stessi, e non pretendono di più: si utilizzano, non si mettono alla prova: non cercano di fare l'impossibile perché sanno che probabilmente fallirebbero. Sorridono alle battute e ne inventano di ingegnose; sorridono anche delle ingenuità altrui, perché sanno che l'illusione porta molto spesso alla delusione. Rischiano solo se necessario, perché già la vita è abbastanza caotica anche senza darle una mano. Non usano i superlativi assoluti perché sanno che sono esagerati e banali e tradiscono la parzialità emozionale da loro additata e irrisa. Ma sbagliano. O almeno in my honest opinion. Io lo dico. Spezzo perciò una lancia per la passione. Sapore di vita, ferrigno e caldo come il sangue da una ferita che ancora duole. 3月8日 Di mani e di legna![]() Ho già capito cosa vorrò fare da vecchio. Sì proprio da vecchio, che non mi spiace come parola, mi saltano subito alla mente mani grandi come badili e tutte rugose: vissute. E sguardi concentrati attraverso palpebre strizzate. E gesti lenti, ripetuti, in armonia con il battere del tempo che si accumula alle spalle. Sì io da vecchio avrò un caminetto - rigorosamente aperto, non ne voglio sapere di quelle trappole di vetro o griglie che bloccheranno pure i tizzoni ma mutilano la libertà della fiamma, la rendono impotente, virtuale. Avrò un caminetto, e nel caminetto brucerò la legna che durante l'anno avrò tagliato in piccoli pezzi ordinati, avendo avuto cura però di lasciare alcuni grandi ciocchi, da mettere solo quando ormai il fuoco abbia fatto già le braci. E il mio divertimento durante l'anno sarà di tagliare la legna in pezzi ordinati con la mia fida accetta, che avrà il manico usurato e anche un po' bruciacchiato, ma il filo sempre acuto; e durante l'inverno sarà far nascere e accudire il fuoco, come un nipotino un po' vivace che sia da controllare e da sfamare mentre i genitori sono al lavoro. So già anche come la taglierò la legna: avrò un grande ciocco di non so quale legno, un vero pezzo di tronco d'albero, che si muova solo facendolo rotolare sul bordo inferiore dopo averlo inclinato leggermente su cui metterò i ciocchi più piccoli, con calma e attenzione. Poi con la sinistra raggiungerò il manico dell'accetta, sempre osservando il ciocco pronto sull'incudine ligneo, e sorriderò. Solleverò piano l'accetta con entrambe le mani rugose, e sentirò l'accetta come un prolungamento delle braccia tese al cielo. Magari chi mi guarderà vedrà a questo punto brillare la lama brunita dell'accetta al sole di maggio, ma io non lo noterò perché avrò tutta la mia attenzione rivolta al ciocco da tagliare. Solleverò un poco il petto, e con tutto il corpo seguirò il movimento dell'accetta piegando un poco le ginocchia irrigidite dall'età, giù seguendo l'accetta che scenderà sempre più rapida sul ciocco, che risuonerà sordo. Ciok. Ciok. Ciok. Continuerò a tagliare, metodico, preparando il piacere dell'inverno colpo dopo colpo, Ciok. Ciok. Ciok. Qualcuno a un certo punto mi verrà a chiamare, chiedendo se ho intenzione di farmi venire un infarto tagliando due quintali di legna in una volta sola. Lo guarderò sorridendo. Non mi spiacerebbe morire così. Ciok. Ciok. Ciok. Teorie dell'UomoDisclaimer: Questa è pura elucubrazione mentale sullo scopo dell'uomo nel mondo: nel caso non credessi quel che credo. Insomma ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. E' esercizio di comprensione dell'altrui pensiero; magari semplicemente ed erroneamente presumo di capire gli altri - e in effetti, spero sia così. __________________ Detto questo, tiriamo fuori uno stile di vita da queste ipotesi, che implicano riflessioni di vita. Nota: Ipotesi=> = "L'ipotesi implica quanto detto". Caso #1: Ci si accontenta. Caso #2: La pretesa dell'impossibile. 2月20日 Sognando la Vergine della PagodaIl capitano Mac Clintock si gettò da quella parte per ribattere l'abbordaggio, ma una scarica di mitraglia lo freddò assieme con tre uomini. Emilio Salgari, "I pirati della Malesia" Per giove!, come imprecherebbe il buon Yanez, questo si che è un Tombino per me. Sono entrato, dicevo, e dopo aver sganciato i libri del fratellame ed essermi guadagnato un'occhiata-tentativo-di-rimembranza da parte dell'immutabile signora dietro la scrivania, mi sono aggirato tra gli scaffali ad altezza petto, piano, chinandomi a leggere i titoli ancora familiari nella memoria. Capitani coraggiosi con quel segno sulla costa, Il giro del mondo in 80 giorni in nuova versione, I misteri della Jungla Nera in versione rilegata... hey i misteri della jungla nera?? "Ciao... sei Francesco, vero? Il fratello di Alessandra e Simone, vero?" Un patito. Yeah. Un fatto poco noto della mia infanzia è che andavo sempre in giro con un paio di pistoloni da pirata, sparando alla gente che, ignara, veniva spacciata al grido di "maledetto inglese!" o "spagnolo infame!" a seconda se interpretavo un tigrotto o un filibustiere della Tortuga, al servizio del Corsaro Nero. A vedere la mia infanzia, avrei detto che da grande sarei finito a fare il fabbricante d'armi di plastica, con una felice espressione che cito. Riprendendo Salgari, mi accorgo che era uno sporco militarista, e avrebbe potuto coltivare generazioni di fascisti e/o brigatisti (gente violenta, anyway) con la sua visione parziale -glorificante e esaltante- della guerra. E forse così è stato, nei primi del novecento. Ma a Salgari non ci rinuncio: no. Mi prescrivo riletture critiche, da effettuarsi dopo i sogni ad occhi aperti: di viaggi, e navi nelle tempeste, e spingarde tuonanti, e voci metalliche e carismatiche. Ma solo dopo. "Lasciatemi divertire". Ah, dimenticavo: i sogni sulla "Vergine della Pagoda" erano casti e puri, vista l'età -8/9 anni- e il fatto che comunque quella amava Tremal-Naik. Vi assicuro che da giovane ero un vero milord, in fatto di pensieri-parole-opere-omissioni. |
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